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28 maggio 2010

Come un ramo che si spezza

“L’egoismo è sempre stata la peste della società e quando è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società”.
Giacomo Leopardi

Silenzio, penombra, tendine tirate. Su una poltroncina grigio-plastica un uomo si tiene la testa tra le mani; una donna con i capelli castani spettinati lo tocca con le dita su una spalla. <<Vai a casa>>, dice piano, <<dobbiamo riposare. Vai a casa, dormi un po’, ti fai una doccia>>. L’uomo scuote la testa. <<Vai>>, insiste la donna. <<E’ inutile restare in due. Mangi qualcosa, ti fai la barba. Poi quando torni mi porti la spazzola. I miei capelli… non riesco a farli stare a posto>>.
L’uomo la guarda. Fa fatica a capire.
<<Vai tu>>, risponde. <<Hai l’aria così stanca… se succede qualcosa ti chiamo>>.
<<No. Io non mi muovo>>.
La donna avanza nella stanza buia. Piccole luci gialle su un macchinario azzurro; cavi neri, un tubo trasparente. Un soffio leggero in sottofondo pompa ossigeno nei polmoni stanchi di Silvia, 14 anni, uguale e identica a sua madre da giovane. Silvia che ieri, alle 18 in punto, mentre andava da casa alla piscina è volata giù dal motorino.
Silvia, se potesse parlare, racconterebbe di quel vestito giallo-arancio nella vetrina all’angolo, che a lei piaceva tanto e che ieri finalmente era andato in saldo. Direbbe che le dispiace, che non pensava di essersi distratta. “Solo un secondo. Giuro! Non l’ho guardato tanto!” così direbbe.
E direbbe che non sa cosa è successo dopo, quando la mano di un gigante dispettoso ha capovolto il mondo e l’ha lanciata in aria, in volo, con ancora dentro gli occhi quella macchia colorata di tessuto e poi, improvviso, quel rumore sordo nella testa: uno schiocco, come un ramo che si spezza, mentre il casco le volava via, “perché ero in ritardo e sì, confesso, per una volta non l’ho allacciato sotto il mento”. Per una volta. Proprio quella volta.
Se potesse parlare…
Ma non c’è aria sufficiente nel suo corpo. Silvia con i capelli castani, proprio uguali a quelli della mamma; Silvia che finirà nelle statistiche, un numero tra tanti. Una delle 5.500 vittime che ogni anno lasciano scie di sangue sull’asfalto. Una ogni ora e mezza.
Niente più piscina, niente vestito giallo da mettere con gli amici in pizzeria. Niente di niente. Buio nella testa. È in coma, appesa ai fili di una macchina, con questo tubo che le finisce in gola, sul bordo estremo di quella assenza che chiamiamo “morte”. I medici scuotevano la testa, quando è arrivata legata alla barella. Il cranio fratturato, il sangue che colava da un orecchio, il cuore già in affanno.
Sei ore di intervento; schegge d’ossa infilate nel cervello. Una flebile speranza. Quel filo azzurro che traballa su di un monitor, un’onda lenta che dice: è ancora viva. Quel filo azzurro che all’improvviso si appiattisce e diventa una linea senza fine. Tracciato piatto. Un suono lungo, acuto, da quella macchina piena di bottoni.
La donna con i capelli castani spettinati sente un brivido salirle lungo il collo, poi lancia un grido. Qualcuno la prende per le spalle, suo marito la trascina via. Entrano camici, persone senza volto. Qualcuno spinge forte sul petto di sua figlia. <<Fibrillazione>>, <<saturazione>>, <<adrenalina>>: parole che per lei non hanno senso. <<Tracciato piatto>>, <<insisti>>, <<non reagisce>>. Si mette le mani sulle orecchie, il corpo trema e non si può fermare. <<Quanto tempo?>> qualcuno chiede. Lei chiude gli occhi, non sente la risposta. <<Ora del decesso?>> Non può essere. Non è una cosa vera. Apre gli occhi, sua figlia è ancora lì, con tutti i cavi e i tubi dell’ossigeno. Le guarda il petto. Lo vede che ancora si solleva. Respira. Lei respira! Possibile che nessuno se ne accorga? Un medico si gratta sulla nuca. Cosa dice? Ma cosa sta dicendo?! Che quel respiro viene dalla macchina? Lei non ascolta. Non è una cosa vera. <<È morta>>, dice il medico. <<Il suo cervello è morto>>. <<È morta e non può esserci ritorno>>. Suo marito se la stringe al petto. Il medico parla di altra gente, di persone che potrebbero morire ma che forse, se loro lo volessero… <<trapianti>>, dice e lei traduce: <<la faranno a pezzi>>. Questo pensa la madre con i capelli castani spettinati, ma poi, subito dopo: <<una parte di lei resterà viva, qualcun altro, non solo io, le vorrà bene. Sempre>>.
La guarda. La vista le si annebbia. Si piega sulle gambe. Suo marito la tiene per la vita.

Donazione organi

Donare gli organi è un piccolo gesto che può realizzare un grande sogno: quello della vita!

La solidarietà verso il prossimo si può esprimere in vari modi, prestando servizio di volontariato nei più svariati ambiti, offrendo aiuto ai deboli, soccorso ai bisognosi e conforto per chi soffre. La donazione degli organi, invece, rappresenta un gesto ancora più umano e generoso!
Sono passati molti anni da quando si sono sperimentati i primi trapianti. Oggi trasferire gli organi da un corpo che muore ad uno che può continuare a vivere non è più un miracolo ma una straordinaria opportunità che la scienza offre: quella di accendere una speranza in un’altra famiglia, di alleviare il dolore di altre persone, di placare mille altre sofferenze!
Infatti, grazie ai notevoli passi avanti fatti dalla comunità scientifica, sempre più pazienti, salvati da un trapianto, sono divenuti “messaggeri di speranza” per tanti. Basti pensare che il trapianto per gli ammalati con insufficienza epatica o cardiaca, è la vita.
Fino a pochi anni fa, era comune la diffidenza all’idea di essere sotterrati senza alcuni dei propri organi per mantenere intatta la sacralità del proprio corpo. Spesso si trattava, più che di egoismo, di pura ingenuità, di ignoranza (nel senso più nobile del termine), dell’incapacità di leggere i progressi della scienza. La superficialità, poi, con cui si affrontava il più delle volte l’argomento, anche da parte del mondo dell’informazione, non aiutava certo ad informare e rassicurare l’opinione pubblica. Le cose, per fortuna, sono profondamente cambiate.
Oggi non è più percepita come una scelta eroica, né tantomeno incomprensibile, quella di un genitore che acconsente al prelievo di organi dal corpo di un figlio deceduto, per esempio, in seguito ad un incidente stradale come nel racconto che ho riportato, bensì come un gesto di “normale umanità” e di comprensibile solidarietà.
Tanto, però, si deve ancora fare per sensibilizzare i cittadini alla donazione di organi e a tal proposito, pur rispettando pienamente la scelta di chi rifiuta tale “atto d’amore”, le Istituzioni dovrebbero promuovere una campagna “culturale” a partire dalle scuole e dalle famiglie, per rendere ogni cittadino consapevole di come donare sia un gesto di estrema generosità ed umanità. 
Con il racconto che hai appena letto, il mio obiettivo era quello di farti riflettere su due questioni importanti: gli incidenti stradali e l’annosa questione sulla donazione di organi. Ho voluto introdurre questi due temi così sentiti con un racconto, perché attraverso la narrazione come anche attraverso la visione di un film, si innescano i potenti processi identificativi. L’identificazione, ossia il “mettersi nei panni” della persona o della situazione, consente realmente, in questo caso, di entrare in contatto ed in empatia con i temi: della morte, della perdita, del lutto (“Come mi vivrei la perdita di un figlio?”), del fato (“Come reagirei ad una sorte, ad un destino così avverso?”), dell’imprevedibilità (“È davvero incredibile come tutto possa terminare in un attimo”) e della donazione degli organi (“Cosa avrei fatto io, nei panni dei genitori di Silvia”).
In questo modo, sei stato contemporaneamente informato e sensibilizzato ed una storia, a volte, vale più di mille parole.

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