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24 marzo 2014

IL FASCINO DE “LA GRANDE BELLEZZA” DI PAOLO SORRENTINO – UNA RECENSIONE

“La frivolezza è quindi l’antidoto più efficace al male di essere ciò che si è: grazie a essa noi inganniamo la gente e dissimuliamo la sconvenienza delle nostre profondità. Senza i suoi artifici, come non vergognarsi di avere un’anima?” 

Emil Cioran, Sommario di decomposizione

Ho voluto scrivere un articolo sul film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, perché ritengo che sia un film in grado di suscitare delle emozioni, che abbia un forte potere evocativo, se colto con profonda attenzione, e che possa darci molti spunti di riflessione sulla nostra esistenza e su quella che per ciascuno di noi è “la propria grande bellezza”. In sintesi, è un film che ti resta dentro.

Scrivo le mie considerazioni su “La grande bellezza” a quasi un mese dall’assegnazione del premio Oscar avvenuta lo scorso 3 marzo, perché ho voluto vederlo più di una volta (con esattezza 4 volte) prima di redigere una recensione che fosse degna del grande Sorrentino e del suo magnifico cast di attori e per dissociarmi da quella categoria, rispettabilissima, di italiani che lo reputa un film brutto, triste e sbagliato o comunque in ogni caso sopravvalutato. Non ho visto “La grande bellezza” quando uscì la prima volta nelle sale cinematografiche, perché non ne avevo ancora compreso la grandezza e la genialità. Ho avuto la fortuna di vederlo al cinema per caso in occasione della nomination all’Oscar quindi prima della premiazione e prima che lo dessero in televisione. Tempismo perfetto! Nessuna interruzione pubblicitaria, concentrazione e visione degna di quello che si può definire spettacolo. A mio parere, un film magnifico, scritto per uno spettatore colto, sofisticato, sensibile, capace di entrare fino in fondo dentro un sogno che scardina tutti i luoghi comuni e le banalità.

Anime nude, quelle raccontate sul grande schermo de “La grande bellezza”. All’inizio (ma proprio all’inizio) resti perplesso. Balli scatenati, svenimenti, esibizioni, l’artista che scaglia la propria testa contro il muro e ti chiedi: dove vuole arrivare Sorrentino? Possibile che presenti un film senza un senso, almeno apparente?

Poi la storia gradualmente si amplia, lentamente, ma progressivamente si ha la sensazione di vivere il film dall’interno. La maestria del regista, secondo me, sta nel farci entrare gradualmente nella sua opera e questo riesce grazie alle atmosfere ovattate di una Roma inizialmente sonnolenta, assopita nel nitido sole delle prime ore del giorno e introdotta dalle musiche corali che le conferiscono una sacralità apparentemente inviolabile. Sacralità che viene però brutalmente profanata dal contrasto con un’altra Roma: quella notturna, sfavillante in superficie ma sudicia e vuota una volta che rivela la sua identità sommersa. Un film che tocca temi importanti quali: la crisi di identità, la morte, la sofferenza, la malattia mentale, il potere, la dissoluzione della nostra epoca, le contraddizioni della Chiesa, ma anche la diversabilità in cui Sorrentino attraverso il personaggio di Dadina (Giovanna Vignola, attrice non professionista) evidenzia come dalla sofferenza, dalla disabilità e dal disagio si possa generare una forza interiore in grado di affrontare la vita con determinazione a differenza delle donne belle e abbienti che, pur avendo avuto tutto dalla vita, sono incredibilmente vacue e vulnerabili al punto di tentare il suicidio tagliandosi i polsi come il personaggio interpretato da Isabella Ferrari (Orietta), una ricca milanese malata di noia e di culto narcisistico della propria bellezza. Dadina nel film oltre ad interpretare il ruolo di caporedattrice di Jep Gambardella è anche la confidente del protagonista, in piena crisi di identità, in grado di raccoglierne sfoghi, segreti e rivelazioni. Una donna di potere, autorevole ma anche saggia, profonda, in grado di ascoltare, comprendere e contenere le angosce e le perplessità del collaboratore/amico Jep.

Mette in risalto la fragilità umana sommersa dalle false certezze come si evidenzia nel personaggio della scrittrice intellettuale comunista, Stefania, che esibisce con vanto le sue conquiste professionali e private, frutto però di menzogne, ipocrisie e favoritismi. Elisa, la ragazza amata in gioventù, è la figura di un passato segreto, fantasma di una felicità prodigiosa compiutasi in un tempo irrecuperabile; è un esempio di “grande bellezza” della situazione che per superficialità, mancanza di coraggio e spreco di tempo ciascuno di noi non ha vissuto pienamente, se non per un momento e che non rivivrà più, ma che la ricercherà per sempre nella sequenza delle singole immagini che ne compongono il ricordo.

Sorrentino ha girato un film che è un punto di partenza per tutti quelli che avranno coraggio e avranno voglia di ricominciare davvero (“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.” Monologo finale del film “La grande bellezza”). Scenografia e fotografia impareggiabili. Suggestiva ed evocativa la voce narrante che fa riflettere e fa contattare le nostre personali meschinità. A mio parere una magnifica opera d’arte.

Provate a gustarlo come un bicchiere di vino pregiato senza curarvi dell’etichetta e soprattutto senza farvi distrarre dai bla bla bla… e vi assicuro che avrete delle piacevoli sorprese.

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